Alessio Cantarella in Il coraggio della verità. Manlio Sgalambro a cento anni dalla nascita, a cura di Rita Fulco, presentazione di Pierfranco Bruni, Pellegrini, Cosenza, (dicembre) 2024, ISBN 9791220503600, pp. 143-149
1. L’incontro
Incontrai Manlio Sgalambro per la prima volta il 14 giugno del 2002. Fu Franco Battiato a presentarmelo; forse perché era entusiasta del fatto che da un ragazzino della mia età (avevo diciassette anni) si sarebbe aspettato un autografo e non la richiesta spiazzante: “Potresti farmi conoscere il professor Sgalambro?”. Battiato mi invitò al backstage del suo concerto al Castello di Donnafugata (nei pressi di Ragusa).
Sebbene siano passati più di vent’anni, le immagini di quei momenti sono ancora nitidissime nella mia memoria.
Finite le prove, Battiato mi introdusse al filosofo: “Compare Manlio, le presento un nostro giovane amico”. Sgalambro mi strinse la mano: “Piacere, Manlio Sgalambro!” e aggiunse: “Lei di cosa si occupa?”. Io frequentavo il liceo scientifico, ma al tempo stesso avevo un forte interesse verso l’informatica (che poi, nel mio futuro, si sarebbe trasformato in una professione o – come avrebbe detto lui – una “soluzione ai problemi della pratica”), quindi mi venne in mente di proporgli la realizzazione di un sito web, poiché non ne aveva uno. Lui non capì esattamente di cosa gli stessi parlando (eravamo pur sempre nella confusione del backstage di un concerto), quindi mi lasciò il suo numero di telefono (lo ricordo ancora a memoria: “trentuno – dodici – zero – sette”) e mi propose di chiamarlo nei giorni successivi per fissare un appuntamento e “spiegargli meglio la faccenda”.
La settimana dopo lo chiamai. Mi diede appuntamento al civico 47 di una piazza che allora era dedicata a Vittorio Emanuele III e oggi a Ettore Majorana, ma che tutti a Catania chiamano “piazza Umberto”. Non so esattamente perché. Forse perché è attraversata da via Umberto I? (Un’altra cosa che non mi è del tutto chiara è perché in Sicilia ci siano ancora delle vie dedicate ai Savoia…).
Suonai al citofono “Sgalambro – Procaccianti”. Il portone si aprì. Dopo qualche passo e una decina di gradini, lo vidi: mi attendeva sulla soglia, al primo piano.
Avevo stampato le pagine principali del sito web su carta, in quanto collegarsi a internet prima dell’invenzione dell’iPhone era tutt’altro che banale. Aggiungo un ulteriore dettaglio: il professor Sgalambro aveva un personal computer con schermo monocromatico (a fosforo verde) a tubo catodico e confesso che la prima cosa che pensai fu: “Chissà se l’ha utilizzato per scrivere il Trattato dell’empietà?”1.
Mi concesse a malapena un paio di minuti di demo (o “dimostrazione”, per chi non fosse avvezzo al mio gergo tecnico) e mi disse: “Ottimo lavoro, però adesso andiamo a mangiare!”. In quel preciso istante nacque una lunga collaborazione che si sviluppò nell’organizzazione di svariate conferenze, presentazioni di libri, convegni nelle scuole, ecc.2. Il più grande filosofo del Novecento
Fu così che mi ritrovai a pranzo con il più grande filosofo del Novecento italiano. In seguito a questa mia affermazione, qualcuno potrebbe storcere il naso (o, peggio ancora, qualcos’altro), ma io, non essendo un filosofo, non devo convincere nessuno delle mie tesi; posso limitarmi a elencarle, spacciandole come verità assolute.
Sgalambro non ha mai cercato una posizione accademica né l’approvazione delle istituzioni culturali tradizionali (anzi: le ha criticate2 e sfidate3 ogni volta che ne ha avuto occasione), il che gli ha permesso una libertà di pensiero rara.
Ha volutamente mantenuto una posizione da outsider: è apparso dal nulla e ha sempre scritto per un pubblico ristretto, coltivando un pensiero libero da compromessi.
Ha decostruito le illusioni della democrazia, della società di massa e del consumismo con un linguaggio tagliente e una lucidità spietata, sfidando le convenzioni del pensiero dominante. La sua è una riflessione continua sulla condizione umana, sulla morte e sull’insensatezza della vita, temi che affronta con una profondità che pochi altri filosofi italiani contemporanei hanno raggiunto.
Il suo nichilismo e il suo rifiuto di ogni sistema consolatorio lo hanno sempre distinto. Non ha mai cercato di mitigare il suo pensiero per renderlo più accettabile o “vendibile”. Ha evitato di allinearsi a correnti filosofiche dominanti o di appoggiare ideologie politiche per ottenere vantaggi personali, come invece è accaduto con molti suoi contemporanei.
La sua influenza è addirittura cresciuta dopo la sua morte, non solo tra i lettori e gli studenti di filosofia, ma anche tra artisti e intellettuali. La sua opera continua a essere studiata per il suo valore intrinseco e per la capacità di connettere il pensiero filosofico a questioni esistenziali e artistiche.3. Breve invito a visitare il sito web
Il sito
manliosgalambro.it, ad oggi, contiene oltre 1.200 pagine web con tutte le opere, le collaborazioni (libri, saggi, articoli, canzoni, opere teatrali, ecc.) e l’archivio completo (bibliografia, interviste, recensioni, ecc.) dal 1946 a oggi.
Questo sito rappresenta un potenziale punto d’ingresso nel pensiero di un filosofo che rifiutava categoricamente il razionalismo ottimista e abbracciava una visione radicalmente pessimista e nichilista, ispirandosi a pensatori come Schopenhauer, Nietzsche e Cioran, ma sempre mantenendo un pensiero profondamente personale e tutt’altro che mera imitazione.
Sgalambro ha saputo rielaborare il pessimismo in modo provocatorio e poetico, offrendo una critica spietata alla modernità e alle sue illusioni di progresso. Il tutto condito da una prosa elegante, incisiva e profondamente letteraria, alla ricerca di quello che lui definiva “l’erotismo della parola”. Questo stile gli ha permesso di comunicare concetti complessi in modo artistico, rendendo il suo pensiero accessibile e al tempo stesso ermetico. A mio modesto parere, libri come La morte del sole4, Trattato dell’empietà5 e Dell’indifferenza in materia di società6 hanno lasciato un’impronta indelebile nel panorama filosofico italiano.
La collaborazione “su commissione” con Franco Battiato lo ha portato a coniugare filosofia e musica in un modo inedito (per questioni di brevità, mi limito a parlare dell’aspetto musicale, tralasciando le sceneggiature dei film e i libretti delle opere teatrali). Le canzoni i cui testi sono firmati da Sgalambro sono intrisi di riflessioni esistenziali che hanno avuto un impatto straordinario sul pubblico (si pensi, per esempio, a La cura7). Questa unione tra pensiero filosofico e arte musicale ha amplificato la sua voce, rendendola unica nel contesto filosofico contemporaneo.4. Professione di oscurità
Tra il 1987 e il 1991 Sgalambro collaborò con il quotidiano La Sicilia attraverso una rubrica intitolata “Meditazioni provinciali”, che veniva pubblicata (con frequenza irregolare) la domenica a pagina 3.
Il 10 novembre del 1990, la redazione del quotidiano pubblicò due lettere di contestazione «in relazione agli articoli del filosofo» e la risposta di Sgalambro. La prima lettera, firmata da Lina Arena: «Le contorsioni del filosofo ufficiale del giornale hanno il potere di mandarmi in bestia. Possibile che questo illustre letterato non abbia la capacità di adoperare una forma piana e comprensibile di scrittura? La costante difficoltà di lettura, mi ha indotto a chiedere a persone di elevato livello culturale il significato delle meditazioni provinciali sgalambrine. Ebbene, tutti mi hanno dato pareri negativi ed hanno confermato le mie critiche
alla difficoltà di penetrare i profondi pensieri di distruzione e morte del Nostro».
La risposta del filosofo: «Cara amica, poiché faccio professione di oscurità, la divisa “Buio, ancora più buio” è anche la mia. […] Conosco alcune ragioni per professare l’oscurità e poiché spesso me ne si fa un’accusa, vorrei almeno ricordarne una. “Affrettiamoci a rendere la filosofia popolare”: che orrendo disegno quello di Diderot! Bisogna invece intricarla in oscuri percorsi, bruciarle i ponti alle spalle, far deflagrare quella insulsa poltiglia che è il linguaggio quotidiano pur rimanendo sul suo stesso terreno. Renderla difficile in maniera che chi l’accosti ne senta l’urto, il disgusto, la collera. E del resto se essa dovesse parlare come si parla, se ne sentirebbe il bisogno? Chi non sente sul suo corpo abbattersi la violenza fisica del discorso filosofico, o non regge ad esso, non ha fatto un passo verso la filosofia. Se ne dovrà fare un’eccezione perché non se ne scrive nella sua sede? E quale sarebbe questa? Là dove circola l’inquieto domandare, ovunque infine si pongono problemi e si chiedono risposte, su un giornale, in un bar, all’angolo di una piazza, in un lurido ospedale, ovunque essa non può essere che quello che è. Ma infine, la domanda che dovrebbe colpire a morte: “Lo capisci tu?”. Tale quale l’aneddoto su Hegel, di uno che si chiede: Lo capisci tu? Si muove in te il Concetto, da se stesso, senza il tuo apporto? Si volge nel suo contrario e ne balza fuori la superiore unità dei contrari? […] Qualche tempo fa osai dire di un filosofo che poiché non aveva preso sul serio la filosofia, la filosofia non avrebbe preso sul serio lui. Mi si accusò di essermi identificato con la filosofia e di parlare in suo nome. In verità chiunque la professi, deve farlo. Non vedo lo scandalo»8.
Sgalambro venne licenziato di lì a poco.
Si narra che, qualche settimana dopo, Gesualdo Bufalino incontrò il direttore de La Sicilia a teatro e si complimentò per il suo giornale: “Lo compro ogni domenica, specialmente per l’articolo di Sgalambro!”.5. L’ultima volta
L’ultima volta che andai a trovare Sgalambro (era il 2 gennaio del 2014, circa due mesi prima di quel fatidico 6 marzo), mi parlò di un piccolo libro di Dostoevskij, nel quale sono narrati i dialoghi fra i morti sepolti in un cimitero. Alla fine del racconto, uno di questi personaggi si chiede: «Come mai noi qui parliamo? Infatti siamo morti e tuttavia parliamo; sembra pure che ci muoviamo, e tuttavia non parliamo e non ci muoviamo?! Che giochetti sono questi?». Un altro defunto cerca di spiegare la faccenda: «Quando eravamo ancora vivi, erroneamente, consideravamo la morte di lassù come morte. Sembra invece che qui il corpo, in un certo senso, si vivifichi; i residui della vita si concentrino, ma solamente nella coscienza. La vita, non so come spiegarvi, continua come per inerzia… C’è qui, per esempio, un tale che si è completamente decomposto, ma, una volta ogni sei settimane, ancora tutt’a un tratto borbotta una sola paroletta, naturalmente insensata, su un certo bobok: “bobok, bobok”. Anche in lui, dunque, la vita palpita ancora come una scintilla impercettibile».
- M. Sgalambro, Trattato dell’empietà, Adelphi, Milano 1982
- Cfr. M. Sgalambro, Carpe veritatem in A. Schopenhauer, La filosofia delle università, Adelphi, Milano, 1992, pp. 121-141
- Cfr. M. Sgalambro, La filosofia senza veleni in La Sicilia, 11 settembre 1990, p. 3
- M. Sgalambro, La morte del sole, Adelphi, Milano, 1982
- M. Sgalambro, Trattato dell’empietà, op. cit.
- M. Sgalambro, Dell’indifferenza in materia di società, Adelphi, Milano, 1994
- La cura, testo di F. Battiato & M. Sgalambro, musica di F. Battiato in F. Battiato, L’imboscata, PolyGram, Milano, 1996
- M. Sgalambro, Cogito il buio in La Sicilia, 10 novembre 1990, p. 3
