Gilgamesh

Franco Battiato
ℹ️ © L’Ottava ℗ EMI Italiana, 1992

gilgamesh

Recensioni

Remote memorie d’argilla
«Proclamerò al mondo le imprese di Gilgamesh, l’uomo a cui erano note tutte le cose, il re che conobbe i paesi del mondo. Era saggio: vide misteri e conobbe cose segrete: un racconto egli ci recò dei giorni prima del diluvio. Fece e un lungo viaggio, fu esausto, consunto dalla fatica; quando ritornò si riposò, su una pietra l’intera storia incise».
Con simili parole inizia una delle versioni in prosa dell’epopea di Gilgamesh, tesoro letterario tra i più antichi inciso in caratteri cuneiformi su tavolette d’argilla rimaste per millenni sepolte e solo nell’ultimo secolo disseppellite da archeologi tenaci, e poi decifrate da filologi instancabili. Un documento poetico che ci riconduce ad epoche remote della storia che videro il sorgere, il declino, il sovrapporsi di civiltà raffinate da noi comunemente relegate in recessi della memoria, ove vengono evocate da parole come Sumeri, Assiri, Babilonesi…
Testo antico, i cui primi frammenti reperiti, scritti in lingua sumerica, risalgono intorno al 2150 avanti Cristo, ai quali poi si aggiunsero redazioni posteriori in lingua accadica (gli uni e gli altri dissotterrati nelle antiche città mesopotamiche di Ninive, Ur, Nippur), e ulteriori frammenti provenienti dalla Palestina, dalla Siria, dall’Anatolia, a riprova della sua diffusione geografica confermata dall’esistenza di traduzioni in altre lingue del passato come l’ittita e l’hurrita. Un mosaico incompleto di tavolette appartenenti ad epoche, lingue, aree diverse, alla cui ricostruzione definitiva tuttora ostano difficoltà testuali, filologiche e interpretative. Un labirinto di segni, un intarsio frammentario di storie e leggende, probabilmente trasmesse oralmente e poi incise su argilla, nel quale tuttavia si staglia nitida la figura dell’eroe: Gilgamesh.
Sovrano di Uruk, la biblica Erech, identificata nel sito iracheno di Warka ai bordi dell’Eufrate, per due terzi divino e per un terzo umano, signore incontrastato cui gli dei per frenarne la tracotanza inviano Enkidu, dapprima suo avversario e poi suo fedele compagno. Con Enkidu, Gilgamesh, che persegue la fama e desidera eternare il suo nome con una grande impresa, volge verso una foresta di cedri ove si cela Khumbaba, possente forza del male, per liberare la terra dalla sua presenza. Sconfitto Khumbaba e acquisita ulteriore fama e potenza, Gilgamesh rifiuta di giacere con la dea Ishtar e assiste addolorato alla morte dell’amico Enkidu. Rimasto solo Gilgamesh tenta l’ultima umana impossibile avventura, quella di eludere la morte. Si mette in viaggio alla ricerca di Utnapishtim, l’unico umano cui gli dei concessero vita eterna. Per raggiungerlo affronta un viaggio estenuante che lo conduce dapprima al giardino degli dei, poi all’incontro con la divina Siduri la quale tenta di dissuaderlo dall’impresa rammentandogli che gli umani hanno per fato la morte e i piaceri della vita, e tuttavia gli indica la via da attraversare: l’Oceano dalle acque mortali. Aiutato da un traghettatore Gilgamesh naviga su quelle acque e giunto davanti all’umano immortale ascolta da questi il più antico resoconto del Diluvio e un segreto degli dei: un fiore d’acqua che assicura l’eterna giovinezza. Gilgamesh coglie quel fiore, ma nel viaggio di ritorno verso Uruk, mentre si bagna ad una fonte, un serpente gli ruba il fiore. Tornato ad Uruk Gilgamesh incide su pietra la sua storia e come per ogni mortale si conclude la sua vita.
L’ipotesi che il Gilgamesh dell’epopea sia il riverbero leggendario d’un sovrano effettivamente esistito, è ormai accettata dagli studiosi che ne fissano l’epoca in un periodo di tempo oscillante tra il 2800 e il 2500 avanti Cristo, col tentativo altresì di intravedere oltre il velo affabulante della narrazione epica probabili eventi storici di quel periodo, o meglio la registrazione in chiave mitografica delle fasi più significative che ritmarono l’evolversi delle antiche civilizzazioni mesopotamiche. Interpretazioni plausibili, forse meno suggestive di quella per cui l’intera mitologia antica, e specialmente l’epopea di Gilgamesh, altro non sarebbe che la complessa, oggi a noi imperscrutabile, scrittura dell’eterno spettacolo dai moti degli astri nell’orizzonte celeste.
Quale che sia il decreto degli specialisti, il fascino della avventura umana di Gilgamesh permane immutato nel tempo per diversi motivi. Sono vicende note che evocano altre storie già sentite. L’intera vicenda di Gilgamesh, ad esempio, si ripercorre, con le ovvie ed inevitabili varianti, in un episodio delle Mille e una notte. Chi vuole scorgerà la replica di Gilgamesh nel conquistatore invincibile a noi più familiare, in quell’Alessandro che instancabile varca gli orizzonti alla ricerca dell’introvabile Acqua di Vita, l’acqua che rende immortali. Per altri momenti delle vicende di Gilgamesh è stata osservata la somiglianza con equivalenti reperibili nell’Odissea…
Ma al di là di questi accostamenti puntuali, che suggeriscono l’eventualità di un antico patrimonio comune di leggende diffusosi nel tempo in un’area vastissima, l’epopea di Gilgamesh ripropone, in una delle versioni pia antiche, il destino tragico d’ogni essere umano: la sua ansia di eludere la sorte già decretata, di imprimere un segno indelebile nel tempo che fluisce perenne, di trascendere l’umana natura qualunque sia – e ogni epoca ha il proprio – l’Oceano d’acque mortali o di spazi siderali da varcare. Ma per quanto in alto proietti la sua parabola tesa a lambire il cielo dell’eterno, qualunque sia l’Acqua di Vita effimeramente perseguita o illusoriamente acquisita, essa ineludibilmente si conclude in terra, dove ognuno a suo modo rende l’ennesima testimonianza di quanto sia vano rincorrere il vento, e incide su argilla la propria storia.

Angelo Arioli

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