Nietzsche comico involontario

Manlio Sgalambro
ℹ️ La Sicilia, 27 luglio 1991, p. 3 (Meditazioni provinciali)

Nietzsche comico involontario

Orgasmo intelligibile
Mentre leggo Justine di Lawrence Durrell (romanzo ispirato da due grandi Muse, Kavafis e Alessandria d’Egitto) mi imbatto in questo brano: «Il nostro amore… era come un sillogismo manchevole delle sue vere promesse… era una specie di possesso mentale».
La sola idea dell’amore, ne sono convinto, può indurre all’orgasmo due esseri ben disposti. Platone trascurò gli effetti sensibili delle idee, o meglio non ne curò altro che il lato obbrobrioso. Mentre l’idea dell’amore può avvolgere il corpo in carezze che fanno urlare.
Il concetto di “possesso mentale” dunque mi convince di uno stato in cui non perderemmo la bellezza dei nostri sensi ma vi aggiungeremmo la sensualità dell’idea.

Suicidio come salute?
L’incremento costante del tasso dei suicidi indicherebbe, secondo ovvietà sociologiche, che la società è malata. O che la nostra cecità agli scopi è completa.
In realtà li conosciamo fin troppo. L’erosione del margine di sicurezza offerto una volta dagli istinti ne ha accresciuta la consapevolezza.
Lo scopo di una società “giusta” che non millanti credito, e che farebbe cessare, così si dice, lo stato di anomia, ha a sua volta uno scopo sugli altri: l’allargamento di questa chiarezza, raggiunta privatamente dalla coscienza, fino a una illuminazione collettiva che porti luce su tutto e quindi all’aumento, per qualità e quantità, del comune senso della verità.
Sapere come stanno le cose, quale stato complessivo e permanente della società. È difficile allora che di fronte a questa coscienza, alla maggiore luce e consapevolezza, le correnti suicidarie che percorrono intensificate il tessuto della società ne attestino ancora la malattia.
Tutto sommato esse ne rappresentano la salute, anche se mortale.

Vacanze
Un banchetto alla tavola di Costantino fu immagine del regno dei cieli che Eusebio di Cesarea ci trasmise con palese soddisfazione. Succulente vivande, rari ori e splendidi efebi e ragazze.
Oggi le vacanze anticipano la società chiliastica. Si gode in esse ciò che poi dovrebbe essere lo stato normale. Girare come trottole senza direzione.

Nietzsche e la nascita del comico
Il riso filosofico comincia a darsi ragione di se stesso con Nietzsche.
Egli scrisse sulla nascita della tragedia e non sulla nascita del comico ma vi sono sparsi frammenti che inducono a pensare che ne avesse l’idea.
In ogni caso con Nietzsche ha inizio la filosofia comica. «Chi di voi può conoscere insieme il riso e l’esaltazione? Colui che sale i monti più alti ride di tutte le tragedie rappresentate e vissute», dice Zarathustra.
«Non con l’ira, ma col riso si uccide». Ma sono cose di poco conto. Nietzsche ha raggiunto la più compiuta visione del comico perché può ridere insieme degli uomini e di Dio. Mentre un tempo ci si doveva appoggiare a Dio per ridere dell’uomo e all’uomo per ridere di Dio. Ma sono cose ancora di poco conto perché la stessa filosofia di Nietzsche è comica. Come filosofo comico Nietzsche ritiene anzitutto che il mondo non è serio. In realtà il riso che il mondo desta può essere ancora una conferma che esso è rappresentazione.
Ma il riso è «un giuoco di forze vitali» come Kant lo definì? Vedremo tra poco. Per intanto torniamo alla comicità di Nietzsche. Quando egli dice, ad esempio, che la verità è un errore necessario, egli è comico senza saperlo. Non si può sentire infatti pronunciare questa proposizione senza smascellarsi dalle risa. Oppure quando dice che il riso è una forma di autoconservazione quando è chiaro che esso è invece una forma del nulla e dell’autodistruzione.
In realtà, come è stato detto, il mondo è troppo serio perché si rida. Nel riso è possibile vedere, perciò, un ulteriore segno della nostra imperfezione.
“Rideva senza ragione” si dice di uno. Questo modo di dire sembra che imbrocchi il segno. È vero infatti che si ride senza ragione. Ma fino a un certo punto.
Il riso più perfido, il riso che domina in questa età di lucidità, è il riso che nasce perché c’è troppa ragione.

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