Del bello

Manlio Sgalambro
— La Sicilia, 27 maggio 1989, p. 3 (Meditazioni provinciali)

Ciò che l’opera d’arte si arroga come istituzionale, la salvaguardia del bello in funzione di essa, non trova il corrispettivo là dove la bellezza diventa da se stessa il thema probandum. Essa prova la sua esistenza a spese dell’opera d’arte che ha sempre ritenuto il bello cosa sua. L’antitecità tra bellezza e opera d’arte appartiene alla scoperta dell’essenza del bello non asservito. L’opera d’arte fa suo il bello in un atto disperato, come se volesse salvarsi a scapito di quello. O come se essa sapesse che il bello è la sua tomba. La teoria del bello diverge da una teoria dell’opera d’arte nell’essenziale. Dire che nell’opera d’arte il bello è espresso, trova in questa pace apparente il suo redde rationem. Il rapporto non è di questo tipo. Nella bellezza la stessa opera d’arte scompare inghiottita dal fuoco. Essa distrugge l’opera d’arte attraverso cui appare. L’irriverenza del bello non si ferma davanti all’opera d’arte ma la travolge per trionfare solo.
Quando si dice che l’estetica è finita, ciò vale per il suo ambito vitale. Nella considerazione del bello l’estetica fallisce già perché essa è quel che è. Essa riporta il bello all’uomo, al mondo, come se dovesse consolarli. Questa terribile spia di qualche altra cosa, nelle cose nostre, come se cadesse su chi la evoca con intenzioni omicide, viene spacciata per un soporifero incanto dove maldestri esecutori manipolerebbero le sorgenti del piacere. L’estetica vada in pace per la sua strada. Essa non è quella del bello.
Che l’arte, e tanto più una singola opera, possa avere un fine oltre il fatto di esistere, non è più così vero come ai tempi delle patetiche filosofie dell’arte. Che la singola opera oltrepassi se stessa, ciò si diceva già ai tempi dei tempi. Che il singolo autore non sappia cosa fa, nemmeno lontanamente, valeva come una legge. Uno ha scritto un poema, uno ha composto una musica: tutto qui. Ma senza saperlo egli ha scosso i pilastri del mondo. Anche in un frammento si cela distruzione e morte. Così il fine che nemmeno si intuisce oppure è posto addirittura in un processo creativo, eccolo visibile nella totalità dei rinvii di un’opera all’altra. Decifrare l’estetica e uno degli scopi del fine. La tesi selvaggia che l’arte sia creazione non cessa di illudere. Mentre in ogni suo sospiro c’è annidata la distruzione. Come se un pazzo furioso fracassasse ogni cosa attorno. Così scocca il bello, come una scintilla prima e poi come un fuoco in cui brucia il corpo vile della realtà. Per chi sente questo fuoco, veramente brucia ogni cosa intorno, e in lui si consuma ciò che è in più. Quello che resta è il bello.
La bellezza contrasta con l’arte che nella forma conserva il sacro patto. La bellezza, infatti, corrisponde al dissolversi della forma; è, per così dire, l’elemento antiartistico. Ciò è paradossale. Che nella bellezza la stessa opera d’arte vada a farsi benedire mentre mostra la demonia di quella, il sopravveniente irrompere come da chi sa dove. L’opera d’arte che resiste alla bellezza protegge se stessa. Opere del genere non sono divorate dal Moloch. Restano intatte. Per loro sfortuna.
La bellezza fulmina dunque l’opera d’arte che se ne fa portatrice. La prima vittima è proprio essa. La bellezza è nemica dell’opera d’arte che vorrebbe scherzare col fuoco. Ricorrere al bello come a un tranquillo ingrediente che poi domerebbe facilmente piegandolo ai suoi fini. Ma il bello rompe le tenui salvaguardie che mani anche esperte approntarono e travolge l’opera che si credeva indispensabile. Il bello si fa largo e la sua orribile immagine copre e cancella l’opera ormai nemica. Questa è la trascendenza del bello.
Che il bello sia gradevole, che sia «bello», pure contro questo pregiudizio deve cozzare la teoria del bello. Ma l’estetica avalla col suo stinto prestigio persino il nominalismo, la soggettività del bello per cui esso in ogni caso passerebbe sempre attraverso un quidam. Sì, gli passa attraverso, ma come una lancia, come una picca, come una spada. Il bello si imbatte nel poveretto come un furfante, come qualcuno deciso a ucciderlo. Sì, il bello ha bisogno di qualcuno senza di cui non può farsi vedere, ma come uno schiavo, come una vittima, come un povero folle. Come di uno che esso attira in un tranello e non si sa se mai ritornerà a casa sua.
La bellezza è l’esodo da questo mondo. È come se essa lo abbandonasse con sdegno nell’attimo in cui si rivela. Un fruscio, un soffio di vento, un brivido intenso, e dentro di noi il vuoto improvviso. La stessa opera d’arte muore di morte violenta soppressa dalla bellezza che si diffonde come un rapido veleno. Essa si era introdotta in quell’opera per segrete vie; nessuno lo sapeva. Quando si saprà, sarà troppo tardi. L’idea del bello si sprigiona, come il gigante dalla lampada di Aladino, dal quartetto op. 59, n. 1 di Beethoven allo stesso modo che da un perfetto delitto. Il mistero della bellezza sta in questo non sapere da dove mai essa spunta e quando.
Il bello mette a posto l’essere dicendo che esso non lo è. Qualsiasi ontologia del bello puzza. Al confronto l’idealismo è in vantaggio. Già al solo nome «idea» il brivido platonico sorprende assai meglio del sornione concerto di essere che prende sottogamba. Bello non è l’essere. Questa semplicistica affermazione esprime tuttavia come stanno le cose. Il senso trascendente del bello è il suo porsi fuori del pasticcio che ci viene propinato. Proprio perché qui tutto lascia a desiderare, quello è bello.
Il bello è la mortificazione delle opere d’arte. Se non le rinneghiamo, se non passiamo sul loro corpo, nulla si fa vedere. Se l’opera d’arte non muore… Qui il bello diventa sensibile, in questo istante preciso, fatale all’opera d’arte. Essa deve morire perché il bello appaia.

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