Le tappe della vita

Manlio Sgalambro
ℹ️ La Sicilia, 24 dicembre 1988, p. 3 (Meditazioni provinciali)

Osservare i suoi simili lo dilettava. Poiché un altro lo avrebbe osservato a sua volta, non aveva scrupoli. Praticava una freddezza da uccello. Il suo sguardo calava sull’altro dall’alto e lo prendeva in trappola. Si formava m lui una conoscenza dell’uomo: una sicurezza da conquistatore e una psicologia da serpente. Intendeva trarre tutto il possibile dallo sguardo. Qualcuno lo avrebbe visto morire. Ciò gli rendeva lecita qualunque cosa.
Amava, come il signor Mabeuf, il suo Laerzio (ma era da quattro soldi). Dopo veniva l’Historia critica Philosophiæ del Brucker. Entrambi lo iniziarono alla filosofia, al suo genere. Non avrebbe potuto avere maestri migliori perché lo introducevano a essa, Io conducevano fuori. Praticò insomma gli stessi maestri di Schopenhauer e gli stessi disprezzi: intendeva provocare un miracolo?
Costruiva poliedri di idee esatte o entia rationis per adescare. (Anni dopo lesse su di essi incuriosito nella Kategorienlehre di Brentano le pagine cinquantanovesima e seguenti). Costruiva trappole. Intorbidiva purezze. Osava. Barbara, Darii, Celarent…: suoni che gli piacevano.
Era arrivato a pensare senza un errore. Dominava i suoi mezzi. Controllava le minime cause come un capitano il suo battello: misurava. Contava i giorni impiegati per disprezzare meglio il tempo. Sentiva così e sperimentava di essere eterno, dedicava solo alcune ore a vivere. Le tristi infanzie lo annoiavano. Ah! queste infelicità tutte identiche; egli rifiutava di averne. Simulava l’atto, che non ha passato. Non accumulava materia: restava semplice. Viveva alcune ore al giorno. O si assorbiva in lavori: molava i suoi vetri. Qualunque cosa facesse la viveva attraverso la mente. Si assaporava. Riusciva a staccare il suo corpo di netto. Con esso divideva, egli diceva, solo la stanza. Arrivò ad automatizzare i suoi atti, a ridurli a gesti. Compassionava i profeti che si davano da fare contro la meccanicità (ma di più coloro che sarebbero vissuti nell’età da loro sognata).
Una volta immaginò di essere uno schiavo. Considerò comandi anche le leggi fisiche: ubbidiva agli ordini di un padrone. Biasimò Epitteto di avere pensato come un qualunque uomo libero. Non come lo schiavo che fu. Ritenne che così avesse mancata una più grande occasione. Immaginò dunque di essere uno schiavo, ma non si vide diverso. Sognava caso mai il perfetto automa, il corpo che ampliava il suo dominio, il meccanico che si estendeva. Assegnava la mente all’istante; al tempo congiungeva il corpo, entrambi cari al secolare.
Perdeva tempo. S’intratteneva su una riflessione; la ripeteva innumerevoli volte. Notava che essa non era mai la stessa e tornava a ripeterla fino a quando l’identità raggiunta lo soddisfacesse. Riteneva comunque che ogni risultato che valesse fosse uno stato. Amava tanto l’immobilità! Diffidava della vivacità che gli sembrava avversa alle condizioni senza le quali la mente abdica. L’immobilità, infatti, gli sembrava l’atto supremo della mente. Dalla sua propensione a servire cavava spunti per un metodo. Le stanze da ordinare, le cose da riporre, erano atti di classificazione. Ripassava la logica dal vivo.
L’idea di servire lo seduceva. Poteva così conservare vecchie abitudini. L’educazione ricevuta; se no sprecata, così gli era utile. Solamente le mani servili valgono da sole una coscienza morale. Morale è quella azione che va fatta a sangue freddo? Egli andava oltre: morale è ciò che va fatto con la punta delle dita.
Con la morte il corpo si libera dell’anima, diceva. Questa convinzione la raggiunse presto, porta infatti le tenere tracce dell’adolescenza, le graziose audacie che non si sa se scalfiscono solo il linguaggio o le cose stesse.
Non c’è sapere se non definitivo, asseriva. Un filosofo che cerca gli appariva una figura ridicola di cui più tardi avrebbe svelato il mistero. Occorreva solo allestire la trappola: un giorno un sapere vi sarebbe caduto. Dedurre se stesso, farsi nascere con le proprie mani. Fare passaggi accurati. Come in un arpeggio. Discendere e risalire. Odiava il dialogo. Questa mostruosa moltiplicazione di sé stessi. Amava l’intelligenza una, si educava ad essere il solo. Si deduceva; tramutava ciò che era in idea. Si vedeva in trasparenza. Si, si dava la vita con le proprie mani…
Gli piacevano questi versi: «Lloraba la niña / (y tenía razón) / la prolija ausencia / de su ingrato amor. / Dejóla tan niña, / que apenas creo yo / que tenía los años / que ha que la dejó». Ma perché? Da quali squallide contrade ha origini il piacere verbale? Perché amava con tutto l’intelletto i versi di Corneille ma non resisteva a questi di Gongora? Sospettò di ogni piacere estortogli.
… Qualcosa strisciava nella sua testa che doveva catturare a ogni costo. Ciò lo sorprendeva. Gli sembrava di correre come se il corpo non avesse peso e ogni cosa lo seguisse pure essa incorporea. Sapeva queste sensazioni a memoria e se ne stava in attesa guardingo. Bisognava fare distinzioni accurate, gli risuonava alle orecchie. Così salvava il suo pensiero. La sua attendibilità davanti a se stesso. L’onore di chi pensa. Egli adorava solo l’idea concepita senza peccato, il dono caduto da chi sa dove: il pensiero improvviso.
Le discussioni sull’ordine biologico lo appassionavano poco. Che come estensione egli facesse parte dello stesso ordine dei triangoli lo entusiasmava di più che di far parte dell’ordine animale. Lo sforzo per pensare quest’ultimo lo deprimeva. Egli plaudiva alla sua essenza geometrica. Gustava i suoi lati.
Dedicò alcuni anni allo studio delle qualità. «Il cielo che si abbuia», «gli angoli scuri di una casa», «il riflesso in un rigagnolo»: qualità del momento. Ma dosi difficili da cogliere. Non arrivò mai invece a distinguere azioni umane. Una pietra che rotola, il rumore della risacca, un raggio di sole o un moto di pietà: gli sembravano, tutti, azioni cosmiche.
L’idea che tutti i leoni sono un leone solo e tutti gli uomini un solo uomo diede al suo pensiero quel che lo rese perfetto. «Basterebbe infatti un solo uomo per tutti gli uomini», si trova scritto nella quinta Enneade. È tradizione che chiunque lo legga individui quell’uno in se stesso. Egli non fu da meno.

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