Del suicidio

Manlio Sgalambro
ℹ️ La Sicilia, 16 aprile 1988, p. 3 (Meditazioni provinciali)

Del suicidio

Cara amica, lei mi chiede in nome della clarté che professo sebbene indegno, di farle luce su una questione sempre urgente come quella del suicidio che, ella nota, non trova udienza particolare nella filosofia odierna. Conosco la sua educazione classica e tante volte abbiamo dibattuto su Seneca quale magnifico esecutore degli ordini del fato. Ma, bisogna dirlo subito, quanto diversa la condizione morale della filosofia oggi! E come essa non permea più di tanto la vita, relegata com’è nei verdi pascoli, coi suoi Spaßphilosophen, coi suoi filosofi per passatempo. Noi che pratichiamo la filosofia per necessità, per la nostra cattiva sorte – mi perdoni l’enfasi! – abbiamo un altro rapporto con essa e una tentazione costante. Procurerò dunque di risponderle. Comincerò, mi perdoni, un po’ da lontano com’è decenza nelle cose che ci coinvolgono.
Il concetto di volontà di vivere al quale il nostro Schopenhauer ricorse è straordinariamente complesso, non le pare? La sua apparente gratuità non è che un riflesso della svogliatezza con cui in genere lo si considera. Che per un verso essa si ricolleghi agli esiti delle ricerche dell’antropologia moderna sulla «natura» umana, va da sé. Come risultato e compendio di ciò si può considerare l’asserzione spinoziana, che a noi pare così dubbia, che il desiderio è la stessa essenza dell’uomo. A questo principio ci si richiamerà infatti per salutare in Spinoza il punto più alto raggiunto dall’antropologia moderna.
«Così ebbe origine – dichiara Dilthey, accomunandovi Hobbes, l’altro rappresentante classico di essa – la massima benemerenza dell’antropologia di questa età, la costituzione di un corpo di leggi che dominano il nesso causale della vita psichica, dove cioè i singoli stati dell’anima vengono derivati dal supremo principio di conservazione». Le riserve di Dilthey – di quest’uomo prudente – avanzate sottobanco concernono l’estensione da riconoscere a questo principio. Se il merito dell’antropologia moderna gli appare quello di essere perfettamente riuscita a collegare tutti i fenomeni psichici sotto un principio unitario, scarsa o nulla nondimeno si deve considerare, egli sostiene, l’effettiva incidenza di quest’ultimo sull’insieme degli individui e totale è, di conseguenza, il suo rifiuto della «cupa, anzi terribile convinzione di Hobbes, intorno all’esclusivo potere che l’istinto di conservazione esercita per mezzo degli affetti sulle azioni umane». Al suo posto Dilthey, com’è noto anche a lei, metterà l’edulcorato concetto di vita; mentre la questione del suo valore verrà derubricata e decadrà a semplice quisquilia privata. La notoria incapacità della filosofia della vita a intendere la vita mostra così uno dei suoi farseschi aspetti. Ne converrà, credo.
L’importanza rivestita per l’illuminismo dalla questione del suicidio, è da mettere in relazione col tema fondamentale dell’antropologia borghese per cui libertà equivale a dominio di sé. È libero colui che si possiede interamente; la rinunzia volontaria alla vita prova questa illimitata padronanza, la mitica libertà. L’emancipazione è cosparsa di questi suicidi. La letteratura suicidaria del XVIII secolo è piena di questo motivo. Per l’antropologia dell’illuminismo il suicidio non contraddice l’autoconservazione che essa per contro ha esaltato, ma ne è una difesa; col proprio sacrificio si prova l’illimitatezza dell’autoconservazione medesima.
Se l’illuminismo non vi trova alcuna opposizione, per Kant, invece, sussisterà sempre una evidente contraddizione tra l’autoconservazione o, come preferisce dire, tra la natura che implica la sua conservazione, e il suicidio che la nega. Secondo Kant, infatti, la massima della ragione, riguardo alla libera disposizione della propria vita, dev’essere tale che una natura deve potersi conservare secondo una legge; tale quindi che «nessuno in una simile natura possa porre fine arbitrariamente alla propria vita». Ora, allo stato naturale, la volontà (se di volontà si può ancora parlare) non è determinata da nessuna massima in grado di fondare «una natura secondo leggi universali». Una massima concernente la disponibilità della propria vita, tratta dalle proprie inclinazioni, talora misere e infelici, potrebbe anzi, per ipotesi, condurre a porre fine arbitrariamente a essa. «Si scorge però subito – si affretta ad aggiunger Kant – che una natura la cui legge sarebbe di distruggere la vita stessa… sarebbe in contraddizione con se stessa e non potrebbe sussistere come natura; in conseguenza questa massima non potrebbe assolutamente occupare il posto di una legge universale della natura». Ciò che Kant vuole dunque escludere è che il suicidio possa divenire, in talune occasioni, legge morale, come fu per l’illuminismo (e come potrebbe essere ancora), mentre è disposto a tollerarlo relegato tra le inclinazioni.
La volontà, in quanto determinazione della natura secondo leggi della ragione pure pratica, e prima di tutto in quanto determinata ciò che rende possibile una natura come ordine universale permanente, cioè l’autoconservazione dettata da leggi rigorose della ragione e non dalla volubilità delle inclinazioni, è quella volontà di vivere che già parve a Schopenhauer che si dovesse individuare sotto il nome improprissimo, datogli da Kant, di ragione. La quale autoconservazione, escluso che possa essere considerata come una legge che la natura prescriverebbe alla volontà ma al contrario, è, a sua volta, quella che Kant chiama ragione pratica il cui primato, perciò, equivale in ultima analisi al primato dell’autoconservazione medesima.
Forse lei avrà trovato il tono, fin qui, troppo contegnoso e avrà creduto – spero però che adesso si ricreda – che io mi sia limitato a narrare le fole che la storia della filosofia insegna e che la pratica di essa però svela. No, non ho voluto rispondere alla sua domanda con storielle. Ma, come le dicevo, bisognava pure porre le premesse per poi capire insieme come si sia arrivati all’odierna indifferenza in materia di suicidio. Lo stesso prima dell’autoconservazione lo spiega. Se il residuo utile del lavoro di Kant per rendere contraddittorio il suicidio e togliergli comunque l’aura morale in cui ancora era immerso, è l’autoconservazione come fatto della ragione – o la ragione che comanda di vivere, come dice Fichte – quanto una volta si chiamò vita non risulta più la stessa. La volontà di vivere che sembrò a Schopenhauer così furiosa e inestirpabile, ebbene questa nozione ormai fa ridere. Il ragazzo che viene spronato dal genitore a mettercela tutta, senza di che, lo si ammonisce, non avrà la sua fetta di torta, è la quintessenza della volontà odierna che tiene unita l’orda e la riproduce riproducendo dal figlio il padre. Questa parvenza di vita ha dunque reso antiquato il suicidio. Roba da attardati. Cose da sartine, come giudicò Hegel.
Ma per l’eroe morale esso è sempre possibile, egli ha sempre spalancate le porte del mondo da cui uscire come per una passeggiata: Valete curæ.

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